“Dipingo la montagna, testimone antico dello scorrere del tempo, all’apparenza sempre uguale eppure sempre diversa nelle fasi del suo percorso vitale: dall’orogenesi allo sgretolamento” racconta Alessandra Chiappini. Nel corso degli anni la sua ricerca pittorica si è fatta sempre più rarefatta, come l’aria di montagna con l’aumentare dell’altitudine di cui l’artista ha esperienza diretta; numerosi infatti i pellegrinaggi effettuati verso quelle vette che, in seguito, rappresenta fondendo l’elemento naturalistico con l’essenza archetipica dell’oggetto stesso. La sua investigazione è sostenuta inoltre da un’ampia cultura letteraria unita all’insaziabile studio del mito: da Lao Tsu a James Hillman, da Eraclito a Boris Vian, passando per Jung, Thoreau e le leggende dei nativi americani.


Le opere in mostra al MiM - Museum in Motion, all'interno del Castello di San Pietro in Cerro, si spogliano dalle ultime sovrastrutture decorative consentendo alla materia pittorica di dilatarsi nello spazio dove la giustapposizione di diversi materiali incontra un segno mosso e vibrante. Un chiarore diffuso assimila le variabili tonali superstiti, di per sé già lievi, diventando quello sfondo palpitante di stucco su cui l’artista tratteggia con gesti essenziali segni di grande forza cromatica. Blu, neri, grigi fendono la superficie resa un tutt’uno da diverse tonalità di bianco che inglobano inserti di tessuto, anche colorati, applicati alla tela.
Il ruolo giocato dal caso e la necessità di una maggiore liberazione dal controllo estetico si manifestano in opere come “Lasciò solo i frammenti” e “Un incessante esser vivi”, dove istinto e logica si rimescolano in una dimensione verticale che allaccia terra e cielo senza ridurre la vastità del paesaggio. La serie “Le imprese di vento e luce e nube”, il cui titolo è tratto da Wallace Stevens, esplicita una forma di ribellione nei confronti dei limiti - siano essi quelli del quadro o quelli di costrizioni che a volte imponiamo a noi stessi senza accorgercene. Bianchi e neri si sovrappongono, bagliori emergono dall’ammassarsi di una materia mai doma, poi slanci e ritirate repentine che proiettano chi osserva verso quelle vicende aeree altrimenti al di là della nostra portata.


Nel dipinto “Tra finito e infinito”, definizione dal filosofo Heidegger, brandelli di tessuti - abiti per l’esattezza - dalla forma squadrata occupano lo sfondo, più avanti un monte e una nube che sopraggiunge, infine un accenno di ocra che ci assicura al suolo, all’humus della terra. Una considerazione sul senso dell’abitare dell’individuo, dove la Terra tutta diventa casa per l’uomo? All’estremo questa riflessione può condurre a un senso di sradicamento, un errare reiterato che la pittrice risolve meditando sul significato di Tao: “… silenziosa e solitaria contemplazione del tutto, che poi sembra avvicinarsi al nulla, e che implica la vastità, la semplicità, e la materia. Una materia che dia l’idea del molteplice, che ho cercato tanti anni fa nel fango e poi nel collage e che ora trovo nel rilievo della pittura in modo indistinto ma vivente, come un sussurro” come scrive lei stessa in alcune riflessioni rintracciabili nel suo sito internet.
La rottura nei confronti di talune convenzioni stilistiche e intellettuali raggiunge la sua pienezza quando Chiappini cerca un diverso supporto su cui lavorare nei grandi teloni per automezzi, dismessi da un’azienda locale. La superfice, all’origine impermeabile, appare ora rovinata, crepata dal sole e in alcuni punti brandelli di PVC assenti mettono a nudo l’intreccio sottostante. L’artista si sente attratta da questo supporto povero, a tutti gli effetti uno scarto, che la pone di fronte a nuove sfide a livello tecnico, ma non solo. Nascono così i dipinti della serie “Old memoria” in cui il soggetto principale, realizzato a spatola, aumenta di dimensione condensandosi in un punto centrale e il gesto pittorico appare fulmineo, veemente. Strisce di lenzuola sono applicate in precedenza al telone, lasciando che l’aria si accumuli al di sotto creando piccole sporgenze che ombreggiano la superficie, in soffuso effetto di luci e ombre. Pochi segni a matita grassa ultimano il racconto. Sono scarabocchi istintivi, quel primitivo stadio nell’espressione grafica del bambino che diventa nell’adulto un patto d’intesa con il proprio inconscio, espressione di liberazione e rispetto di sé come nella rigenerata esplorazione artistica di Alessandra Chiappini. “Come doused in mud, soaked in beach, as I want you to be. As a trend, as a friend, as a known enemy”.

M. Chiara Cardini, autunno 2021

 

dipinto Come As You Are

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